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Dopo la primavera e l’estate che ci hanno portato ad esplorare e giocare con la frutta esotica attraverso il progetto Brain Damage, per l’autunno e l’inverno il Birrificio Pontino ha dato vita a due nuove birre artigianali, rileggendo in parte la tradizione brassicola anglosassone.

Quasi un anno fa, l’idea per una old ale da far riposare in botti di Rum Demerara per nove mesi. Una vera e propria gestazione che ha generato Black Flag: birra dai profumi e sapori che richiamano vaniglia e uva passa. “Una old ale in pieno stile – spiega il mastro birraio pontino — ad esaltare la complessità dei malti appena tostati, in cui la dolce sensazione inziale si arrende a un finale piacevolmente secco”. Nel partorire l’idea di Black Flag, il nostro mastro birraio si è ispirato alla tradizione brassicola anglosassone. Le old ale, infatti, vennero brassate inizialmente a cavallo tra il secolo dei lumi e quello iniziato a suon di impeto e tempesta (Sturm und Drang). Nella ‘perfida Albione’, il termine indicava birre generalmente scure e maltate, grazie anche ai lunghi periodi di invecchiamento in botte. I mesi trascorsi a contatto con il legno, anche dodici in alcuni casi, donavano alla birra un alto grado alcolico, intorno ai sette gradi, e un lieve sapore acidulo, ma mai invadente. Note acide inizialmente associate all’utilizzo di brett presenti nei vecchi birrifici, ma che forse erano figlie di quei lattobacilli contenuti nelle toghe di legno dei barili. Questo spiegherebbe anche la scarsa nota acida, mai pervasiva. Successivamente, però, profitti e mercato spinsero i birrifici a produrre birre con una maturazione che non superassero i tre mesi, le cosiddette running beers. Si decise quindi di utilizzare le old ale come correttivo per le birre più giovani o mild (differenti dalle mild di oggi) o anche per birre più mature o stale. Ma le old ale non erano state pensate per essere birre da taglio, finendo così per restare nei magazzini e utilizzate come moneta per i facchini che si adoperavano in birrificio. Il cambio del calcolo delle tasse sui prodotti alcolici basato sul grado plato decretò la fine produttiva delle old ale. Nel secolo scorso, la ripresa dello stile e un apprezzamento che ha varcato l’Atlantico direzione Stati Uniti, per far ritorno sulle coste europee.

La seconda novità sfornata dagli alambicchi del Pontino è una dessert beer. Ovvero, come trasformare un dolce in una birra. Nasce così Sourcherry Pie, “nel tentativo di esplorare le diverse vie del gusto. Ci siamo immersi nella dolcezza dei malti e trasformato in liquido una crostatina di visciole”. Uno stile, quello delle così dette dessert beer, molto recente e moderno, che attinge però ad ingredienti utilizzati dai mastri birrai anglosassoni già sul finire del 1800. Tra i malti, un uso particolare di avena e, piuttosto che utilizzare uno zucchero fermentabile, si è optato per il lattosio. Disaccaride isolato per la prima volta nel 1600, e non fermentabile dalla maggior parte dei lieviti utilizzati per la produzione di birra, il lattosio dona a Sourcherry Pie un maggior corpo e dolcezza. “Il suo utilizzo in questa birra, associato all’avena, lascia in bocca un retrogusto dolce ed invitante, regalando una leggera sensazione di vaniglia”, spiega il mastro birraio. Il cuore di questa ale da sei gradi e mezzo è rappresentato dalla visciola in fermentazione, che alleggerisce la presenza sul palato, per frantumarsi in bocca come una corposa crostatina di visciole.

Nel tentativo di esplorare le diverse vie del gusto ci siamo immersi nella dolcezza dei malti, sperimentando per la prima volta una dessert beer. Ovvero, come trasformare un dolce in una birra e, in particolare, una crostatina di visciole. Tra i malti, l’utilizzo dell’avena dona corpo e masticabilità a questa ale da sei gradi e mezzo, pensata per rendere calde le lunghe e intense giornate di festa. Le note di caramello e biscotto si bilanciano con le visciole in fermentazione, arricchendone l’aroma. L’utilizzo del lattosio lascia in bocca un retrogusto dolce ed invitante, regalando una leggera sensazione di vaniglia. Per donarvi tutta la freschezza e il calore di una crostatina di visciole appena sfornata.

SOURCHERRY PIE debutterà in anteprima giovedì 30 novembre presso il ristorante SATRICVM con un menù ideato dallo chef Max Cotilli. Per essere poi presentata al Cheers 2 di Latina (Piazza del Quadrato) giovedì 7 dicembre.

SOURCHERRY PIE – (Dessert Beer)

Sourcherry Pie

“La cucina di una società è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura” Claude Levi Strauss

Con Sourcherry Pie si ritorna a girovagare nel Villaggio Globale. Un’esplosione di malto, e avena in particolare a dare corpo e masticabilità a una dessert beer in cui predominano note di caramello e biscotto. Oltre ad arricchire l’aroma, l’utilizzo della visciola in fermentazione alleggerisce la presenza sul palato per questa ale da sei gradi e mezzo, che si frantumerà in bocca come una corposa crostatina di visciole.

Il consiglio è di mangiarla, più che berla.

Dati tecnici
Alc. 6,5%
IBU: 15
EBC: 35

In occasione di Beer Attraction 2017 – fiera internazionale dedicata a specialità birrarie, birre artigianali food e tecnologia – il Birrificio Pontino presenta BARBANERA, una tropical stout che prende origine nel Mar dei Caraibi.

SCHEDA TECNICA

BARBANERA
(TROPICAL STOUT)

Rokovoko, un’isola lontanissima a sud-ovest. Non è segnata in nessuna carta: i luoghi veri non lo sono mai” Herman Melville

BarbaNera è una tropical stout nel pieno rispetto dello stile. Con una buona dose di malto di frumento, si presenta soffice alle labbra, rotonda al palato e secca come il diavolo. Nel calderone anche zucchero di canna biologico importato direttamente dai tropici e in particolare da Cuba, con marchio ‘Fair Trade’. Oltre ad alzare i livelli alcolici fino ai sette gradi, lo zucchero di canna dona a questa birra nera e dalla schiuma soffice, compatta e persistente, sentori di spezie e una leggerissima nota di affumicatura. I profumi del malto vengono accompagnati da una extra luppolatura di equinox per richiamare quelle note tropicali che ci porteranno nella Cuba piratesca del XVIII secolo.

Alc. 7%
IBU: 35
Colore: nero
EBC: 65
Disponibilità: POLYKEG 24lt

Cenni storici
Qualche anno fa le tropical stout venivano identificate come ‘Foreign Extra Stout’ (FES), e descritte come più dolci e asciutte delle tipiche stout. A tracciare lo stile fu la Guinness nel 1801 e oggi, in diverse zone del globo, le tropical stout sono delle birre pale ale cui si aggiunge un particolare sciroppo scuro prodotto in Irlanda proprio da Guinness. Ma questa non è stata la nostra scelta e non è neanche quella tipica dello stile. Le tropical stout brassate oggi nei caraibi sono birre che si richiamano alle FES, ma con la sapienza di ingredienti e metodologie tipiche del proprio territorio. Se il nostro sapere nasce a Latina e si confonde col villaggio globale, per la BarbaNera abbiamo pensato di regalarvi un viaggio nella Cuba del XVIII secolo, attraverso l’utilizzo di zucchero di canna biologico ‘Hecho en Cuba’, con certificazione ‘Fair Trade’. Un viaggio che ci porta in acque calde e tempestose che hanno visto fronteggiarsi con violenza e crudeltà i pirati dei Caraibi e le flotte navali militari di Spagna, Francia e Regno Unito. Barbanera fu capo e pirata incontrastato del Mar dei Caraibi tra il 1716 e il 1718, ovvero nel periodo che gli storici ricordano come la ‘Golden Age’ della pirateria.

Per l’occasione abbiamo ridato vita a BARBANERA e la sua ciurmaglia raccontando una storia a puntate che potrete trovare qui o sulla nostra pagina Facebook #PontinoStory

Per informazioni commerciali, questi i contatti.

Per raccontarvi la nostra nuova birra, che verrà presentata a Rimini in occasione di Beer Attraction 2017, abbiamo pensato di percorrere un viaggio insieme a voi che tanto ci seguite e ci apprezzate. Un viaggio tra luppoli, storia e pirateria … Potete salire a bordo attraverso il profilo Facebook della nostra pagina seguendo l’hashtag #PontinoStory o negli aggiornamenti a questo post!

Diario di bordo – Primo atto 
All’inizio di dicembre vi avevamo consigliato di allacciare le cinture ché vi avremmo portato ai tropici. In verità, noi siamo già in viaggio da mesi. Abbiamo lasciato le coste tirreniche per inoltrarci oltre le colonne d’ercole e a vele spiegate abbiamo raggiunto il mar dei Caraibi, unendoci alla ciurma di Calico Jack Rackam, in compagnia di Anne Bonny e Mary Read. Razzie e scorribande di ogni genere. Botti di rum al tramonto a farci compagnia … “e il naufragar m’è dolce in questo mare” […]

Diario di bordo – Secondo atto
Era lì, in quel canale tra Cuba e Jamaica che navigavamo. A sospingerci la brezza di un mare blu e un vento che soffiava dolce da est direzione Cayman. La stiva era agli sgoccioli e l’approdo in un porto sicuro era da dimenticare da quando Calico Jack, Anne e Mary avevano preso il comando di una seconda nave. Avevamo l’intera marina militare di sua maestà la regina Anna Stuart ad inseguirci, anche se fu durante il regno di Giacomo I che venimmo assaltati. Mentre i tre furono imprigionati, noi venivamo lasciati alla deriva, approdando per miracolo sulle coste di Navassa. Era il novembre del 1720. Il 28, Calico, Anne e Mary vennero processati e condannati a morte. La notte prima di essere impiccato Calico Jack vide Anne per l’ultima volta. Lei guardò fisso negli occhi il padre del bimbo che portava in grembo e disse: “I am sorry to see you here, but if you had fought like a man, you needn’t be hanged like a dog”. Quanto a noi, al risveglio eravamo ancora a Navassa, ma in un’altra epoca […]

Diario di bordo – Terzo atto 
Navassa, 1817. Il Congresso di Vienna si è concluso da circa due anni. Daniel Wheeler fa brevettare una macchina per tostare il malto aprendo la strada a quelli scuri e tostati, base delle future porter e stout. Calico Jack, Anne Bonnie e Mary Read sono ormai un lontano ricordo della Golden Age della pirateria. Storie, racconti e immagini continuano però a susseguirsi lungo le coste del Mar dei Caraibi. Noi, che quelle storie le avevamo vissute, ci ritroviamo in viaggio nel tempo, grazie ad una miscela di frumento, zucchero e luppolo donataci sulle coste tirreniche dalla nostra cara Circe diversi anni prima e che ora è agli sgoccioli. Da Navassa riprendiamo la rotta per Montego Bay insieme ad alcuni contrabbandieri di rum. E’ in terra giamaicana che ci imbattiamo in colui che tutti chiamano con timore reverenziale Diabolito. Originario di Cuba e pericolo del mar dei Caraibi, il ‘piccolo diavolo’ ci prende sulla sua nave dopo due notti e due giorni trascorsi a bere e gozzovigliare. Diabolito è la nostra guida, il nostro faro in terra cubana dove, ci ha promesso, potremmo rifornirci dello zucchero di canna migliore sul mercato, necessario per la nostra bevanda del tempo e senza la quale non riusciremmo a tornare nel 2017 […]

Diario di bordo – Quarto atto
A Cuba ce la spassiamo alla grande, presi tra terra e mare, tra contrabbando e lavoro. Mettiamo su un piccolo laboratorio e una camera di cottura, recuperando lo zucchero di canna senza mai tralasciare risse, rum e assalti. Le nostre missioni a fianco di Diabolito hanno quasi sempre obiettivi mercantili: dobbiamo assolutamente recuperare luppoli statunitensi e malti. Navighiamo tra le decine di navi della marina militare statunitense, sempre più numerose nella zona dopo la fine delle guerre barbaresche combattute in Mare Nostrum. Costretti nostro malgrado a muoverci tra i pericoli naturali del Cayos dela Florida: un arcipelago a circa 15 miglia a sud dalle coste della penisola della Florida, ceduta dagli spagnoli ai nord americani nel 1819. Sempre col fiato corto e ormai lontani da Cuba, facciamo nostro un mercantile statunitense partito dalle coste del Massachusetts stracarico di luppolo e malti. Il vento sembra finalmente girare dalla nostra parte. Ma è un vento troppo forte che esplode in una tempesta mai vista prima e che ci spinge violentemente sulle barriere coralline delle quasi duemila isole che compongono l’arcipelago. Riusciamo a salvare poche scorte del carico. Stanchi, sfiniti e con i viveri agli sgoccioli, ingeriamo le ultime gocce della nostra bevanda del tempo e cadiamo in un sonno profondo. Catturati in un limbo di incubi e viaggi onirici … tra misticismo e realtà. Bocca Dorata, enigmatica e affascinante sacerdotessa di Bahia che abbiamo conosciuto anni prima, ci appare in tutto il suo splendore prendendoci per mano. Un incontro che si interrompe quando l’acqua putrida e gelida colpisce i nostri volti. Aperti gli occhi ci troviamo con i polsi legati nella stiva di quella che doveva essere una nave negriera francese. Al nostro fianco le scorte di luppoli e malti datati 1817. E’ proprio su quella data che ci chiede spiegazioni il comandante de La Concorde de Nantes […]

Diario di bordo – Quinto atto
Inizialmente non capiamo, siamo frastornati e continuiamo a ripetere che quelle sono scorte che abbiamo raccolto su una nave mercantile a largo del Cayos dela Florida, nel settembre del 1817. Neanche il tempo di una risposta, ché un sibilo sottile finisce la sua corsa contro la prua della nave, esplodendo in tutto il suo fragore. La Concorde è sotto i colpi di cannone. “Nave pirata” è l’urlo che segue. Immediatamente pensiamo a Diabolito, ma quando tra la confusione generale riusciamo a tirare fuori la testa dalla stiva, si intravede una bandiera nera con impresso uno scheletro, una lancia, un cuore e tre punti rossi. Nel giro di pochi minuti il caos è totale. Dopo un secondo colpo di cannone, La Concorde viene prima abbordata e poi assaltata. Spari, urla e sangue scorrono a fiumi sul ponte. Nella confusione riusciamo a liberarci, armandoci di spada e pistola, unendo così le nostre forze a quelle dei pirati. Dopo quasi un’ora tra nebbia, fumo e l’odore acre del sangue misto a polvere da sparo appare un uomo imponente preceduto da urla che scandiscono ordini. Gli uomini intorno a noi ci scrutano con curiosità, stupore e diffidenza. La Concorde è ormai caduta sotto i colpi del famigerato Edward Teach, meglio noto come Barbanera. Rinominata Queen Anne’s Revenge, e attrezzata con 40 cannoni, la nave francese diventa così l’ammiraglia della sua flotta. La flotta pirata di Barbanera […]

Diario di bordo – Sesto e ultimo atto
Barbanera ci riceve nella sua stanza. Con timore e sfrontatezza cerchiamo di spiegargli come siamo finiti lì. La bevanda di Circe, il viaggio nel tempo, Calico Jack Rackam, Diabolito, Cuba, gli assalti e tutto il resto. Il famigerato pirata ci guarda fisso negli occhi senza batter ciglio. Ascolta incuriosito le nostre storie, chiedendoci di dargliene prova. Gli chiediamo di raggiungere Calico Jack, ma Barbanera non ne vuole proprio sapere, ora che è lui il padrone incontrastato del Mar dei Caraibi. All’improvviso il suo sguardo cade sui tatuaggi che abbiamo sui nostri polsi. Uno è il chiaro simbolo di Circe. L’altro ce lo ritrovammo impresso a fuoco dopo l’incontro onirico con Bocca Dorata. Barbanera non esita un solo secondo. Unisce il suo polso ai nostri e più che una mappa, simboli e lettere in sequenza, come fosse una formula. Barbanera esplode in una fragorosa risata e con occhi scintillanti di gioia prende la sua bottiglia di rum, polvere da sparo e una vecchia lettera. “Finalmente la sequenza è completa. Lo zucchero di canna e i luppoli che avete faranno il resto miei cari viaggiatori del tempo” ci urla in volto mentre ci stringe in un abbraccio fraterno. Approdati in un porto sicuro in Jamaica diamo vita a quella formula. Il risultato alchemico si presenta di colore nero come la sua barba, rotondo al palato e secco come quei diavoli di pirati. Oltre ad alzare i livelli alcolici, lo zucchero di canna dona a questa bevanda dalla schiuma soffice, compatta e persistente, sentori di spezie e una leggerissima nota di affumicatura. I profumi del malto vengono accompagnati da una extra luppolatura di equinox per richiamare quelle note tropicali tipiche del mare in cui abbiamo vissuto e predato. Una tropical stout che se bevuta in particolari giorni dell’anno, vi accompagnerà in viaggi onirici dove a condurvi saranno Circe e Bocca Dorata attraverso isole non segnate sulle mappe. Ma in fondo, i luoghi veri non lo sono mai.

Una Old Ale targata Pontino per la Birreria Parmigiana Vecchie Maniere.

Come già avvenuto con gli amici dell’Old Spirit Authentic Football Pub di San Benedetto del Tronto e il Cheers Pub di via Neghelli a Latina, cui dedichiamo una birra artigianale Made in Latina rispettivamente brassata nel nostro birrificio, questo dicembre si è aperto con la presentazione della Duckingham Palace: una old ale che nasce sul bancone del Vecchie Maniere di Parma.

Scheda Tecnica

DUCKINGHAM PALACE
(OLD ALE)

“God save the Nador” Anonimo

Duckingham Palace nasce sul bancone del Vecchie Maniere di Parma. A loro è dedicata questa old ale, dove a prevalere sono in modo naturale e per stile i malti. Pale Ale e un’aggiunta di Munich per accentuarne l’aroma, Crystal per regalare rotondità al palato e Carafa II a caratterizzare colore e carattere di questa birra da sette gradi. Il lievito Edimburgh Ale dona invece una notevole secchezza, che si accompagna a quella sensazione di calore tipica dello stile, grazie alla gradazione alcolica. Un amaro sui 41 IBU chiude la bevuta, in totale assenza di luppolo in aroma.

Alc. 7%
IBU: 41
Colore: ambrato
EBC: 35

Cenni storici
Le Old Ale vengono brassate inizialmente a cavallo tra il secolo dei lumi e quello iniziato a suon di impeto e tempesta (Sturm und Drang). Nella ‘perfida Albione’, il termine indicava birre generalmente scure e maltate, grazie anche ai lunghi periodi di invecchiamento in botte. I mesi trascorsi a contatto con il legno, anche dodici in alcuni casi, donavano alla birra un alto grado alcolico, intorno ai sette gradi, e un lieve sapore acidulo, ma mai invadente. Note acide inizialmente associate all’utilizzo di brett presenti nei vecchi birrifici, ma che forse erano figlie di quei lattobacilli contenuti nelle toghe di legno dei barili. Questo spiegherebbe anche la scarsa nota acida, mai pervasiva. Successivamente, però, profitti e mercato spingono i birrifici a produrre birre con una maturazione che non superi i tre mesi, le cosiddette running beers. Si decide quindi che le old ale, birre alla vecchia maniera, vengano stoccate e utilizzate come correttivo per le birre più giovani o mild (differenti dalle mild di oggi) o anche per birre più mature o stale. Ma le old ale non erano state pensate per essere birre da taglio, finendo così per restare nei magazzini e utilizzate come moneta per i facchini che si adoperavano in birrificio. Il cambio del calcolo delle tasse sui prodotti alcolici basato sul grado plato decretò la fine produttiva delle old ale. Nel secolo scorso, la ripresa dello stile e un apprezzamento che ha varcato l’Atlantico direzione Stati Uniti.

Sono trascorsi due anni dall’ultima Pubblicazione della ‘ Guida alle birre d’Italia‘, edita da Slow Food. Nella quinta edizione della “Guida più completa al mondo della birra italiana” sono stati recensiti 512 birrifici, “circa la metà di quelli attivi in Italia”. Pensare che nella prima edizione ne vennero recensiti 141, a dimostrazione di quanto si sia evoluto il mondo brassicolo nel nostro Bel Paese dal 2008.

Tra i 512 birrifici recensiti, anche Il Birrificio Pontino, e tra le oltre 2.600 birre assaggiate ‘La Calavera’ e ‘Orange Poison’ hanno ricevuto il premio ‘Birra quotidiana 2017’ e ‘Grande Birra 2017’, rispettivamente.

Come ogni guida anche l’edizione 2007 “è un’espressione personale, soggettiva, purché sia frutto di un pensiero condiviso, comune a chi la scrive”, raccontano Luca Giaccone e Eugenio Signoroni, curatori della pubblicazione. Secondo Eugenio e Luca, i produttori italiani sono fortunati perchè “non devono sottostare a regole, a tradizioni, a culture che in altri Paesi rischiano di essere bloccanti. Sono liberi di spaziare tra le materie prime, le tecniche produttive, le ispirazioni stilistiche”, convinti che “questa libertà sia una grande ricchezza”. Per questo, sottolineano, che quando assaggiano una birra cercano “di non pensare allo stile di riferimento, di non farsi condizionare dal confronto con i grandi classici, ma invece di ‘leggere’ ogni birra con la stessa libertà che i birrai hanno nel produrla”.

Al di là del premio in sé, fa sempre piacere vedere riconosciuto il lavoro quotidiano dagli addetti ai lavori. Un lavoro che portiamo avanti tra mille difficoltà, economiche e burocratiche soprattutto. Ma un grazie soprattutto a voi, che ci seguite, ci leggete e in primis ci bevete apprezzando le nostre birre, figlie di un attento lavoro di gruppo. Non ci sarà mai premio più grande che vedere i vostri sorrisi soddisfatti dopo aver bevuto una birra del Pontino!

Alla Vostra!

Un lievito selvaggio dalla Patagonia ritenuto “responsabile della fermentazione delle lager”. Una tiratura limitata confinata tra Olanda e Italia, ma presentata con un lancio mondiale che parte da Milano. Una campagna pubblicitaria estiva con Benicio Del Toro protagonista. Veramente un bel pacchetto per la nuova birra della multinazionale olandese fondata da Gerard Adriaan Heineken: H41.

Sui tentativi dell’industria di fingersi craft scrive bene Andrea Turco su Cronache di birra. E poi ancora comunicati, foto, hashtag dedicati #H41 e post su facebook. Le risposte e i commenti di gestori di pub, mastri birrai, appassionati, professionisti del settore e semplici curiosi. Le finalità della grande H vengono per bocca del direttore marketing di Heineken Italia Floris Cobelens: “stiamo lanciando un prodotto nuovo in un mercato attento alle innovazioni nel gusto e in previsione di una commercializzazione globale: nonostante H41 sia un’edizione limitata, continueremo a produrla a seconda dell’accoglienza che riceverà”.

Insomma, questa birra fa parlare di sé ancor prima di essere bevuta. Un plauso dunque ai signori del marketing, che hanno creato più storie per dar vita (o morte a seconda dei punti di vista) a questa lager. E per chi come me–parlo a titolo puramente personale e non a nome del Birrificio Pontino–si occupa di comunicazione in senso lato, questo è forse l’elemento più interessante. Ma in fondo nulla di nuovo sotto il sole da parte della multinazionale che negli anni ha associato il marchio a eventi, concerti, nonché alla signora delle coppe calcistiche. E’ l’industria signore e signori.

Ma noi–e qui parlo a nome del Birrificio Pontino e del mastro birraio–prima di tutto, brassiamo birra, artigianale, viva, craft. Quindi un primo elemento è questo. Il prezzo che pagate in più per la H41 è frutto anche dei milioni di parole e immagini spesi e non tanto per l’utilizzo del nuovo lievito selvaggio scoperto a sud del 41° parallelo. Avete letto bene, proprio quel quarantunesimo parallelo che collega il kiwi giallo della pianura pontina, a quelli delle verdi distese neozelandesi. E che ha dato vita alla quarantunesimo che tanto apprezzate e che per noi è diventata la bollicina da degustare nelle ore dell’aperitivo.

Mi raccomando quindi. Da oggi solo #41esimoparallelo #41parallelo #quarantunesimoparallelo #41farmhouseale del solo e unico #birrificiopontino … Troppi hashtag dite? In effetti. Rispondiamo con ironia al signor H … #K41 sia 😉

Cheers!

Brettanomyces, Pediococcus, Lactobacillus, lievito belga Abbey Ale e malto pale ale … Duco Bonfine. Parole magiche a parte avreste dovuto riconoscere la direzione di questo post già dalle prime tre parole. Per chi ha le mani sporche di malto e luppolo ok, ma per chi non è così addentro?

Si scrive e si parla di microrganismi. Una tempesta di microorganismi lunga sedici mesi e confinata in botti di rovere. Parliamo sempre di birra e in particolare di ‘Flanders Red Ale’, una combinazione di tecnica, tempo e legno, nel nostro caso rovere. Sul perché addentrarsi nelle cavità di una botte per così tanti mesi, beh, diversi motivi. Da una parte il nostro mastro birraio Matteo che vuole provare, sperimentare e cimentarsi con quell’acido che tanto lo attrae. Dall’altra la voglia di dar vita a progetti più lunghi, aprirsi a nuove latitudini, giocare a mixare culture e tradizioni per vedere l’effetto che fa! Tenendo sempre a mente che, come sosteneva Pike Bishop ne ‘Il Mucchio Selvaggio’: “meglio puzzare di cuoio e sudore, piuttosto che di gelsomino impiegato in banca”.

BrettStorming è il frutto di tutto ciò, seminato quasi due anni fa. Per il nostro Matteo, “BrettStorming è la nostra bambina cattiva, la figlia più pericolosa e forse anche la più bella. Sicuramente la più rossa”.

TECNICA
Malto belga e una manciata di luppolo nobile. Prima fermentazione con inoculo di lievito belga Abbey Ale; trasferimento in botti di rovere e inoculo di brettanomiceti, lattobacilli e pediococcus. Un ossequioso e sacrale riposo lungo sedici mesi cadenzati da tempeste di microrganismi.

Dal colore ambrato e rossastro, BrettStorming appare come senza corpo, con una schiuma bianca e evanescente. La spiccata acidità in aroma e al gusto si associa a note di cuoio, legno, frutta rossa e uva bianca, accompagnata da una buona carbonazione finale. Alla ricerca del senso del tempo ci siamo fatti trasportare oltre l’infinito.

SCHEDA
Nome: BrettStorming
Stile: Flanders Red Ale
Alc. 6,8 %
IBU: 15
ebc: 28

Frase in etichetta: “Meglio puzzare di cuoio e sudore, piuttosto che di gelsomino impiegato in banca”. Pike Bishop. (The Wild Bunch – Il Mucchio Selvaggio).

Nell’ultimo post, dove vi raccontiamo del cambio di sede e fornitore, vi avevamo suggerito di tenere i piedi a terra e il luppolo in canna per la nuova birra targata Birrificio Pontino.

L’attesa è finita, perché il 19 febbraio presenteremo ufficialmente HOPMACHINE: un mitra a fiori di luppolo pronto a sparare emozioni per i vostri palati. Con HOPMACHINE siamo andati indietro di oltre un secolo, nel periodo pre-preibizionista statunitense. Caratterizzato, a nostro avviso, da forti cambiamenti e sperimentazioni: due aspetti che stanno segnando anche il nostro presente.

Quattro diverse tecniche di luppolatura — Wort HOP, Continuous Hop, Late HOP (anche nel Whirpool), Dry Hopping — e tre diverse tipologie di luppoli australiani: Topaz, Ella, Galaxy. Seguendo la strada segnata a suo tempo dai brewers statunitensi della costa orientale di origine tedesca a cavallo tra ‘800 e ‘900, siamo partiti da un malto Maris Otter cui abbiamo aggiunto del mais. Questo per dar vita ad una birra di media-alta gradazione, che mantenga la rotondità–per noi essenziale e tipica del malto ‘pale ale’—e dove l’aggiunta del mais serva ad alleggerirne la bevuta. Sono poi i tre luppoli australiani a plasmare un aroma che vuole essere floreale e, in particolare tropicale, con note fresche e speziate tipiche dell’anice stellato.

“Il passato è alle nostre spalle adesso, ora dobbiamo crescere, la strada per l’inferno è davanti a noi.” MIKEY KNOX (Natural Born Killers)

 

PRESENTAZIONE
HOPMACHINE verrà presentata ufficialmente venerdì 19 febbraio presso i seguenti locali:

  • Birra + – Via del Pigneto 105, Roma.
  • BrewDog Roma – Via delle Terme di Tito 80, Roma.
  • Cheers Pub – Via Neghelli 9, Latina.
  • Old Spirit Authentic Football Pub – Via G. Pizzi 91, San Benedetto del Tronto (AP).

Il 19 febbraio 1881 il Kansas diventa il primo Stato degli Stati Uniti d’America a vietare tutte le bevande alcoliche. Noi del Birrificio Pontino brinderemo con #HOPMACHINE contro ogni proibizione! #hopmachine #birrificiopontino #noproibizioni

WARNING: HOPMACHINE provoca dipendenza! 

 

PERCORSO e CENNI STORICI per i più curiosi. 
Come vi abbiamo sempre scritto e raccontato, per noi brassare una birra rappresenta un percorso di ricerca intimamente legato al nostro percorso umano e professionale. Non fa eccezione HOPMACHINE, che arriva a inaugurare un nuovo anno e un periodo di cambiamenti. Quindi, per i curiosi che sono arrivati fin qui, alcuni riferimenti storici e motivi che ci hanno spinto a viaggiare nel tempo per dar vita a una birra che potremmo definire per tipologia una Extraordinary Pale Ale.

Storia
L’Emendamento XVIII alla costituzione statunitense — Eighteenth Amendment — che proibisce rendendo illegale la produzione, il trasporto e la vendita di alcolici è del 1917, anno in cui gli Stati Uniti d’America dichiarano guerra alla Germania di Guglielmo II. Nel 1919 l’emendamento viene ratificato in ogni Stato, cambiando di fatto l’intero ciclo produttivo degli alcolici. Storicamente, quindi, il periodo che precede il 1919 è denominato ‘pre-preibizionista’. Noi abbiamo cercato di immergerci in un momento storico caratterizzato da forti cambiamenti, soprattutto sociali, politici e economici, cercando di capire cosa volesse dire pre-preibizionismo nel mondo birraio, andando quindi a carpirne i tratti distintivi e più originali.

Tra il 1830 e il 1848, anno di grandi rivoluzioni in Europa e ricordato oggi come primavera dei popoli, sono in migliaia, soprattutto tedeschi, austriaci e polacchi a trovare rifugio negli Stati Uniti, andando così ad incrementare una comunità già presente e molto attiva nell’arte brassicola. È in quel finire di secolo, lungo l’intera costa orientale statunitense che i mastri birrai tedeschi e statunitensi danno vita ad una diversa modalità di brassare. In particolare, introducendo l’aggiunta di mais al malto Pale Ale, che fino ad allora aveva contraddistinto una produzione simile a quella dell’ex madre patria. Stando ad alcune fonti storiche, già nel 1857 la produzione di Lager con aggiunta di altri cereali come il mais era riuscita a scalzare quella della più ‘tradizionale’ Pale Ale. Diversi birrai decisero quindi di aggiungere mais e/o altri cereali anche per la produzione di birre Ale per renderne più morbido e fruttato il sapore. L’utilizzo di aggiuntivi facilitava inoltre anche l’imbottigliamento, oltre a ridurre sensibilmente i costi di produzione.

Il 1870 segna per gli storici l’inizio della seconda rivoluzione industriale. La costa orientale del ‘Nuovo Mondo’, da Boston — una sorta di Mecca della birra nazionale — a Baltimora, è un fiorire, anche per la produzione birraia. Nel ventennio 1870-1890 saranno 22 i nuovi birrifici che si aggiungono ai cinque maggiori già presenti nella sola Boston. Nello Stato del Delaware, schiacciato tra Maryland e New Jersey, saranno altri marchi, come John Hartmann and John Fehrenbach, e diversi birrai tedeschi a dar vita ad una produzione in continua evoluzione. A cavallo tra i due secoli la gran parte dei birrifici della costa est statunitense è in mano a birrai di origine tedesca, il cui obiettivo resta sempre lo stesso: brassare una birra dal sapore pieno e ben luppolata e che risponda alle esigenze dei gusti di una società in continuo cambiamento. Successivamente, proibizionismo e primo conflitto mondiale non aiuteranno la comunità tedesco/statunitense. Tredici anni di negazione e produzione clandestina, associati anche ad una crisi sociale e politica, esplosa con le rivolte del 1920, avrebbero fortemente influenzato anche la crescente produzione birraia statunitense.

 

SCHEDA 
Nome: HOPMACHINE
Alc. 7%
Luppoli: Topaz, Ella, Galaxy.
Malto: Maris Otter (pale ale) + Mais
Tipologia: Extraordinary Pale Ale
IBU: 100
Frase in etichetta: “Il passato è alle nostre spalle adesso, ora dobbiamo crescere, la strada per l’inferno è davanti a noi.” MIKEY KNOX (Natural Born Killers)

TECNICHE USATE
Mash: tecniche pre-proibizioniste, utilizzando mais in aggiunta a malto Maris Otter per alleggerire la bevuta.
Luppolatura: Wort HOP, Continuous Hop, Late HOP (anche nel Whirpool), Dry Hopping.

Per quanto ci riguarda non abbiamo dubbi: prima la birra e la sua idea. Poi, la sua etichetta, che in ogni caso da un volto alla bottiglia e al birrificio nel suo insieme.

I motivi che danno vita ad una birra possono essere diversi: dalle prime con cui abbiamo caratterizzato il nostro profilo e stile, ad altre che sono figlie di scelte commerciali, passando per legami di profonda amicizia. E poi c’è la vita reale, fatta di lavoro, condivisione, festa e amicizia. Un mix esplosivo che si concretizza nelle scelte degli ingredienti e nella creatività delle nostre etichette, che per noi devono esprimere entrambe un messaggio forte e chiaro. Spesso associato a scelte musicali o cinematografiche.

Tecnicamente, una volta che abbiamo l’idea ne parliamo con Stefano ‘Zanna’, il nostro grafico, che lavora sulla struttura grafica che ha ideato l’altro grande amico del birrificio: Ascanio, ideatore e fautore di molte etichette che voi oggi apprezzate. Senza dimenticare le prime etichette di Runner Ale e Olim Palus, che portano il nome di Gianni, uno dei fondatori del birrificio. Quello della Runner Ale, la nostra prima birra, è un caso particolare. Gianni aveva inizialmente preso ispirazione da un’opera di Filippo Tommaso Marinetti per raccontare “la nostra corsa verso il futuro”. Poi, il concetto grafico è cambiato fino ad arrivare a quello attuale ideato da Ascanio.

In ogni caso, l’immagine arriva dopo l’idea di birra. Ma entrambe sono figlie di un legame di forte coesione tra noi e gli amici del birrificio, in un groviglio di relazioni umane che sono l’humus da cui partire. Come la Snow Blind, che prende vita dall’amicizia con Piergiorgio Trionfi dell’Old Spirit Authentic Football Pub di San Benedetto del Tronto. Un calciatore d’altri tempi con i colori della sambenedettese in un campo innevato ci è sembrata l’immagine perfetta per questa blanche, che vi consigliamo di degustare sulle note dei Black Sabbath.

Geografico è invece il legame che da vita alla 41° parallelo, nata con l’aggiunta di kiwi giallo dell’agro pontino. Una produzione, quella del frutto, che ha da tempo superato l’originaria Made in New Zeland. Pianura pontina e Nuova Zelanda: entrambe attraversate dal 41° parallelo, nord e sud rispettivamente. In etichetta ritroviamo quindi quell’Apteryx australis, ovvero un genere di uccello inadatto al volo e noto comunemente come Kiwi, che in questo caso particolare è lì calmo e pacioso a beccare i brettanomiceti che utilizziamo per questa birra dalla schiuma leggera e bianchissima e di colore giallo brillante.

Una delle ultime arrivate, come ad esempio la Italian Wit Project, ha un ciclo ben chiaro e definito, almeno per noi. Nasce dall’idea di avere tra le nostre birre, una belga bianca, fresca, che non fosse caratterizzata da quell’amaro che tanto ci contraddistingue e caratterizza. Una birra fresca e speziata che abbiamo sempre cercato, dove poter utilizzare anche lieviti con cui non avevamo mai lavorato prima. Se la speziatura arriva da prodotti del nostro territorio, sul nome abbiamo giocato per assonanze. Il passaggio da un ‘progetto di birra Wit’–che in futuro possa essere brassata con ogni singolo prodotto nato dal nostro territorio— a The Blair Witch Project project, film del 1999 che tanto ci aveva colpito quando avevamo ancora capelli lunghi e colorati, è un lungo percorso di risate, battute, scherzi e brindisi al Cheers pub di Latina. Quelle serate senza tempo trascorso con un braccio al bancone e una mano ad accarezzare le nostre figlie. Alla Wit si lega quindi quel cinema che tanto amiamo e con cui siamo cresciuti. In questo caso la paura di un progetto a lungo termine trova la sua migliore ispirazione dalle parole del maestro dell’horror, Alfred Joseph Hitchcock: “C’è qualcosa di più importante della logica, l’IMMAGINAZIONE”.

Potremmo dilungarci per ore. Ogni birra ha una sua storia, così come ogni singola etichetta. Quel che vogliamo da sempre è raccontare il nostro territorio e la nostra idea di birra, attraverso le esperienze che ci hanno caratterizzato nella nostra crescita personale e di gruppo. Ogni cosa ci deve raccontare, perché nella nostra birra ci mettiamo prima di tutto noi stessi e quello che siamo oggi. “Se la palla l’abbiamo noi, gli altri non possono segnare“(cit. NL).

 

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