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La primavera del 2019 si apre per il Birrificio Pontino con una nuova creazione: ACID QUEEN, ‘Kettle Sour Ale’ da 4,5% Alc.

ACID QUEEN – Sour Kettle Ale

“Your mind must learn to roam. Just as the Gypsy Queen must do” The Who

Acid Queen viene incoronata in tre mosse. Acidificare il mosto prima della bollitura con fermenti lattici (WildBrew Sour Pitch Lallemand); lasciar fermentare con purea di fragole e kiwi giallo (IGP); concludere con un dryhopping di Citra ad esaltare gli aromi della frutta. In un mantello roseo, la nostra regina è secca ma mai aggressiva, grazie all’aggiunta di vaniglia.

Ingredienti: Malto d’orzo, Frumento, Acqua, Lievito, Luppolo, Purea di Fragole, Purea di Kiwi giallo (IGP), Vaniglia.

Dati tecnici

Alc. 4,5%

IBU: 7

EBC: 5

Il 17 marzo si festeggia in Irlanda il giorno di San Patrizio, patrono e simbolo della cristianità dell’isola. Il Saint Patrick’s Day non è solo una festività religiosa, ma una celebrazione della cultura irlandese e una tra le ricorrenze più celebrate al mondo, soprattutto dalla diaspora irlandese. Negli anni ha assunto un profilo anche molto commerciale e ai colori verdi si sono associati quelli neri della Guinness, fondata a Dublino nel 1759. A quanto pare, sembra che una pinta della nota stout fosse sollevata in onore del santo sin da quando Arthur Guinness fondò il suo birrificio. Storie, marketing e commercializzazione hanno fatto in modo che il 17 marzo la nera di Dublino venga bevuta in oltre 150 Paesi nel mondo.

Sin dall’inizio, noi del Birrificio Pontino abbiamo cercato di dar vita, da diverse angolazioni, a birre scure e in particolare alle stout, cercando di far emergere in ognuna di esse un suo profilo distintivo e caratterizzante.

La ROSEMARY è una oatmeal stout che sprigiona profumi tostati, accompagnati da note dolci e speziate. Se il nome vuole omaggiare Rosemary’s Baby di Roman Polanski, film drammatico del 1968, nel brassarla abbiamo voluto omaggiare il promontorio del Circeo: luogo magico e misterioso. Traendo dalle sue pendici rosmarino selvatico che dona alla Rosemary un leggero aroma balsamico. “La sua energia sovvertirà il mondo, e durerà più a lungo della vita”.

La ricerca e la sperimentazione ci ha condotti a scendere nei meandri più scuri e neri, in quella notte che per Jim Morrison era il “pozzo nero” dove intingere inchiostro per le proprie poesie. Nasce così la HOPPED INK, una imperial stout con sei tipologie di malti che donano profumi e aromi di caffè liquirizia e cioccolato. Un birra che abbiamo lasciato poi riposare anche in botti che un tempo contenevano sagrantino e amarone. Dando così vita alla sua versione ‘barrel aged’.

Fino ad arrivare all’ultima nata, che avete apprezzato e lodato in occasione di Beer Attraction 2017. Una tropical stout che come tipologia non è molto nota all’interno dei nostri confini, perché legata ai paralleli caraibici a cui ci siamo ispirati. La BARBANERA, infatti, prende dai Caraibi lo zucchero di canna che, oltre ad alzarne i livelli alcolici fino a sette gradi, dona a questa stout sentori di spezie e una leggerissima nota di affumicatura. I profumi del malto vengono accompagnati da una extra luppolatura di equinox a richiamare note tropicali.

Tre diverse sotut per tipologia e carattere per brindare al trifoglio verde!

A poco più di un anno dall’inizio della collaborazione tra il Birrificio Pontino e la grande distribuzione è tempo di bilanci. Bilanci, pensieri e considerazioni che vogliamo condividere con voi. Perché è con voi che vogliamo relazionarci.

A febbraio dello scorso anno decidemmo di avviare una collaborazione con una piattaforma per posizionare il nostro marchio e le nostre birre sul circuito della grande distribuzione. Scelta che spiegammo qui. Ripartiamo quindi da quelle considerazioni per fare un piccolo bilancio della nostra esperienza e spiegare come abbiamo deciso di muoverci e ri-posizionarci.

Produzione. In questi mesi la nostra produzione non è mai cambiata, né nelle scelte di stile, né nell’utilizzo quantitativo e qualitativo degli ingredienti. Al massimo si è fermata per un paio di settimane quando abbiamo traslocato nella nostra nuova casa.

Prezzo. Che con la GDO il prezzo al consumatore finale sia più basso è indubbio. A volte, però, abbiamo constatato che questo crea una sorta di allarmismo psicologico: “Se costa meno, la qualità del prodotto birra è più bassa”. Ribadendo che le birre da noi prodotte son sempre le stesse, sia che prendano la via della GDO che quella di casa, ci siamo resi conto che la forchetta di prezzo decisa da distributore e supermercato è a volte eccessiva, e cambia radicalmente da città a città, da supermercato a supermercato e poco controllabile da parte nostra. E’ qui che sono nati i primi dissapori. Riteniamo infatti che non sia corretto dover pagare una stessa bottiglia con un 30/40/50 per cento di differenza solo perché quel supermercato o quella catena ha deciso di fare delle offerte di vendita ‘sottocosto’. Inizialmente, inoltre, avevamo stabilito che le nostre birre dovessero andare solo in alcune catene di supermercati e in altre no. Non sempre questa nostra direttiva è stata rispettata. Per cui è possibile che in questi giorni troviate su scaffali di alcuni supermercati delle nostre birre (Runner Ale, La Calavera, Alaaf Kolsch, Olim Palus e La Zitella, del Lotto 2015 – L15) a prezzi sottocosto senza il nostro assenso. A noi questa cosa non è piaciuta!

Conservazione/trasporto. Su questo capitolo ribadiamo con sincerità quanto scritto in passato. Ma con altrettanta onestà ammettiamo che in molti casi non siamo stati in grado di monitorare o verificare le condizioni di conservazione, più che di trasporto. Questo grazie anche alle vostre segnalazioni. Pertanto, così come quando ci accorgiamo che un pub o un beershop non rispetta uno standard minimo di conservazione necessario a mantenere viva la nostra birra, siamo intervenuti proponendo delle soluzioni. Nel momento in cui abbiamo capito che le nostre richieste non sarebbero state rispettate, abbiamo deciso di mollare. Anche perché togliere ulteriore tempo alla produzione è un costo che non ci possiamo permettere.

Quindi Sì, abbiamo deciso di chiudere la collaborazione che muoveva le nostre birre sul territorio nazionale. Mantenendo invece un rapporto di collaborazione senza mediatori su Roma e Latina, ovvero dove siamo in grado di monitorare il rapporto e il controllo in via diretta. In pratica, dopo un anno di prove, il Birrificio Pontino ha deciso che per quanto riguarda la GDO, le sue birre saranno presenti sui punti Gourmet della catena Carrefour di Latina, con i quali abbiamo un rapporto personale, e presso Eataly Roma, unico punto al di fuori della nostra provincia. Sul resto del territorio nazionale, a parte le giacenze del Lotto 15 fino a esaurimento, potrete trovare le nostre birre solo nei circuiti di pub e beershop dedicati. Se invece non potete fare a meno del Pontino e non avete un punto vicino a voi, scriveteci. Saremo ben lieti di esaudire le vostre richieste.

Il Birrificio Pontino ha scelto di mettere le sue birre anche sugli scaffali di alcuni supermercati del cibo e del bere. In particolare su quelli di Eataly Roma e di alcuni punti vendita di Carrefour della nostra regione. Qualcuno ci chiama per complimentarsi, altri per avvisarci che le nostre birre sono su quegli scaffali comunicandoci prezzi e curiosità. Nel mare magnum di commenti, anche coloro che mal digeriscono l’associazione birra artigianale/grande distribuzione. Insomma, un fiume di opinioni e pensieri che abbiamo deciso di voler indagare e approfondire. L’argomento, infatti, ci interessa: sia da produttori che da consumatori. E così abbiamo deciso di non mettere la testa sotto la sabbia come gli struzzi, ma cercare di capire e creare un momento di incontro e confronto con voi: consumatori, produttori, appassionati, lettori, giornalisti, blogger.

L’obiettivo è quello di affrontare da diversi punti di vista un tema tanto chiacchierato e commentato, quanto delicato e spinoso da affrontare. Sia ben chiaro, qui non cerchiamo di affermare ragioni, che siano le nostre o le vostre, ma di allargare un confronto, reale e condiviso. Del resto non siamo una multinazionale che cerca di imporre le scelte dei consumatori, ma un birrificio, un piccolo birrificio nato nella pianura pontina, che cerca di dar vita a una birra, che abbia un particolare stile e un profilo ben pronunciato: il nostro.

Partiamo da una chiara e sintetica considerazione: abbiamo iniziato a produrre birra perché volevamo dar vita a qualcosa di nostro e strettamente legato al territorio che viviamo. Per continuare a farlo è necessario vendere. E per vendere pensiamo di dover raggiungere un numero di clienti potenziali molto alto. Anche perché, come spiegava Terzaghi di AssoBirra già nel giugno dello scorso anno, «se tu produci 200 ettolitri e sei anche bravo, riuscendo a venderla a 5-6 euro al litro, con un fatturato di 100-120 mila euro annui non paghi neanche l’ammortamento dell’investimento iniziale, considerando che questo ammonta almeno a 200 mila euro». Tanto per dare dei numeri.

Il dibattito potrebbe partire già dalla denominazione: artigianale o non artigianale? Secondo Teo Musso: «L’ultima multa che ho preso, da 6 mila euro, è per aver scritto birra naturale sull’etichetta – ha spiegato. Perché in Italia, dopo la parola birra si può scrivere soltanto analcolica, leggera, normale, speciale o doppio malto. Ho sottoposto più volte a chi di competenza il problema che c’è nella legislazione in materia. Eppure ci vorrebbe poco ad individuare chiaramente chi può produrre birra artigianale». Poi Musso ha lanciato l’idea di un marchio nuovo: «Vorrei che si chiamasse “birra viva”: un messaggio facilmente comprensibile per un prodotto italiano, non pastorizzato, non microfiltrato. Diverso da quei cadaveri che si trovano in bottiglia».

Quella della denominazione è sicuramente questione interessante e che secondo noi è strettamente connessa al tema del post ma, almeno per ora, meglio tralasciare, con la promessa che verrà affrontata in futuro. Torniamo quindi al nostro dibattito: birre artigianali e GDO, provando a tracciare in modo sintetico alcuni punti positivi e altri meno.

Produzione. Per quanto ci riguarda, la nostra produzione resta sempre la stessa. Sia se venduta alla GDO, sia ad altri, proponiamo sempre lo stesso prodotto, nome ed etichetta compresa.

Prezzo. Il prezzo per il consumatore finale che acquista al supermercato è leggermente più basso. Un vantaggio per il cliente e per noi, che come strategia commerciale abbiamo scelto di vederci garantiti gli acquisti per un numero preciso di mesi. Una base da cui partire che ci da anche la possibilità di programmare e soprattutto di sperimentare. Per sperimentazione intendiamo provare a brassare nuove birre e nuovi prodotti. Tutto questo naturalmente ha un costo che noi dobbiamo affrontare e calcolare. Dedicare una parte della nostra produzione per la GDO, per ora, ci garantisce la possibilità di programmare meglio. Riteniamo, infatti, commercialmente utile poter allargare i nostri canali di distribuzione in questo senso. In un anno noi siamo in grado di produrre X litri di birra che può variare, con l’impianto attuale, solo se ad aumentare è un numero Y di cotte, mantenendo quindi invariato l’utilizzo di prodotti che per noi ormai si associano al gusto delle nostre birre. Il processo produttivo e l’utilizzo delle materie prime non cambia. Altra domanda che sembra ricorrere quando si parla di prezzi e GDO: la GDO può servire a calmierare i prezzi?

Conservazione/trasporto. Ovvero, esposizione alla luce, temperature, etc. Questa è forse la critica maggiore a essere sollevata quando si parla di birre artigianali che approdano sulla GDO. Il punto critico qui è rappresentato dalla capacità di un singolo birrificio di poter gestire determinate procedure. Ma siamo onesti, da soli non ce la potremmo mai fare a controllare i sistemi di trasporto e conservazione delle nostre birre. Fidandoci, in questo senso, del committente. Ma poniamoci una domanda: siamo sicuri che i vari beershop, pub e/o punti vendita dedicati siano in grado di gestire bene la conservazione? Noi ci affidiamo ad un distributore, che ci da garanzia sul trasporto e sulla qualità del pub dove la nostra birra arriva. Lo facciamo sulla fiducia e recandoci personalmente nei singoli pub dove la nostra birra viene venduta per valutare insieme lo ‘stato dei lavori’. Tempo che noi dedichiamo. Tempo che rappresenta costi. Ma questa è la nostra scelta e così abbiamo deciso di lavorare. Poi accade che un locale si lamenti perché alcune birre non vanno in termini di spillatura e gusto. Tu gli chiedi se hanno rispettato procedure e indicazioni ampiamente fornitegli. E poi ti portano dove tengono i fusti, che non è più il luogo che ti avevano mostrato all’inizio. Stesso posto per inverno ed estate, ovvero temperatura perfetta per i mesi freddi, oltre i 35 gradi nei mesi estivi. Allora provi a parlargli, a spiegare. Così ti confessano che non hanno la possibilità economica per attrezzarsi per due locali di conservazione dei fusti. E allora in quel caso che si fa? Noi abbiamo deciso di non vendergli più la nostra birra. Una scelta non facile per un birrificio che vuole affermarsi anche sul proprio territorio. Ma se il pub non ci garantisce certi standard, meglio evitare. Di fondo, però, questo apre ad un altro capitolo che andrebbe discusso: la consapevolezza del consumatore. Ma torniamo a noi: qualcuno sostiene che chi vende ai pub/beershop e anche alla GDO vuol tenere il piede in due scarpe. Forse è questo il nodo cruciale per molti di voi. Aiutateci a capire.

Vi chiediamo di commentare, di scriverci ed esprimere la vostra opinione. Lo potete fare di seguito al post aggiungendo i due hashtag #birraartigianale #GDO 

Per quanto ci riguarda non abbiamo dubbi: prima la birra e la sua idea. Poi, la sua etichetta, che in ogni caso da un volto alla bottiglia e al birrificio nel suo insieme.

I motivi che danno vita ad una birra possono essere diversi: dalle prime con cui abbiamo caratterizzato il nostro profilo e stile, ad altre che sono figlie di scelte commerciali, passando per legami di profonda amicizia. E poi c’è la vita reale, fatta di lavoro, condivisione, festa e amicizia. Un mix esplosivo che si concretizza nelle scelte degli ingredienti e nella creatività delle nostre etichette, che per noi devono esprimere entrambe un messaggio forte e chiaro. Spesso associato a scelte musicali o cinematografiche.

Tecnicamente, una volta che abbiamo l’idea ne parliamo con Stefano ‘Zanna’, il nostro grafico, che lavora sulla struttura grafica che ha ideato l’altro grande amico del birrificio: Ascanio, ideatore e fautore di molte etichette che voi oggi apprezzate. Senza dimenticare le prime etichette di Runner Ale e Olim Palus, che portano il nome di Gianni, uno dei fondatori del birrificio. Quello della Runner Ale, la nostra prima birra, è un caso particolare. Gianni aveva inizialmente preso ispirazione da un’opera di Filippo Tommaso Marinetti per raccontare “la nostra corsa verso il futuro”. Poi, il concetto grafico è cambiato fino ad arrivare a quello attuale ideato da Ascanio.

In ogni caso, l’immagine arriva dopo l’idea di birra. Ma entrambe sono figlie di un legame di forte coesione tra noi e gli amici del birrificio, in un groviglio di relazioni umane che sono l’humus da cui partire. Come la Snow Blind, che prende vita dall’amicizia con Piergiorgio Trionfi dell’Old Spirit Authentic Football Pub di San Benedetto del Tronto. Un calciatore d’altri tempi con i colori della sambenedettese in un campo innevato ci è sembrata l’immagine perfetta per questa blanche, che vi consigliamo di degustare sulle note dei Black Sabbath.

Geografico è invece il legame che da vita alla 41° parallelo, nata con l’aggiunta di kiwi giallo dell’agro pontino. Una produzione, quella del frutto, che ha da tempo superato l’originaria Made in New Zeland. Pianura pontina e Nuova Zelanda: entrambe attraversate dal 41° parallelo, nord e sud rispettivamente. In etichetta ritroviamo quindi quell’Apteryx australis, ovvero un genere di uccello inadatto al volo e noto comunemente come Kiwi, che in questo caso particolare è lì calmo e pacioso a beccare i brettanomiceti che utilizziamo per questa birra dalla schiuma leggera e bianchissima e di colore giallo brillante.

Una delle ultime arrivate, come ad esempio la Italian Wit Project, ha un ciclo ben chiaro e definito, almeno per noi. Nasce dall’idea di avere tra le nostre birre, una belga bianca, fresca, che non fosse caratterizzata da quell’amaro che tanto ci contraddistingue e caratterizza. Una birra fresca e speziata che abbiamo sempre cercato, dove poter utilizzare anche lieviti con cui non avevamo mai lavorato prima. Se la speziatura arriva da prodotti del nostro territorio, sul nome abbiamo giocato per assonanze. Il passaggio da un ‘progetto di birra Wit’–che in futuro possa essere brassata con ogni singolo prodotto nato dal nostro territorio— a The Blair Witch Project project, film del 1999 che tanto ci aveva colpito quando avevamo ancora capelli lunghi e colorati, è un lungo percorso di risate, battute, scherzi e brindisi al Cheers pub di Latina. Quelle serate senza tempo trascorso con un braccio al bancone e una mano ad accarezzare le nostre figlie. Alla Wit si lega quindi quel cinema che tanto amiamo e con cui siamo cresciuti. In questo caso la paura di un progetto a lungo termine trova la sua migliore ispirazione dalle parole del maestro dell’horror, Alfred Joseph Hitchcock: “C’è qualcosa di più importante della logica, l’IMMAGINAZIONE”.

Potremmo dilungarci per ore. Ogni birra ha una sua storia, così come ogni singola etichetta. Quel che vogliamo da sempre è raccontare il nostro territorio e la nostra idea di birra, attraverso le esperienze che ci hanno caratterizzato nella nostra crescita personale e di gruppo. Ogni cosa ci deve raccontare, perché nella nostra birra ci mettiamo prima di tutto noi stessi e quello che siamo oggi. “Se la palla l’abbiamo noi, gli altri non possono segnare“(cit. NL).

 

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